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Sindrome della Crocerossina: 5 modi per uscirne e salvare te stessa

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Sindrome della Crocerossina: 5 modi per uscirne e salvare te stessa

Sarà stata colpa, o forse no, di Candy Candy e della sua tendenza a sacrificarsi sempre, del suo fare servizievole per accudire e per guarire tutti, anche a suo discapito. Fatto sta che questo comportamento di ergere il proprio partner su un piedistallo, credere di poterlo sanare e redimere, proteggendolo oltre misura – come se da solo non ne fosse capace – chi più chi meno, lo abbiamo purtroppo sperimentato un po’ tutte. Perché ammettiamolo, più sono complicati e pieni di casini, più vengono idealizzati.

Chiariamo subito: questo non è un amore sano che può renderti felice, ma solo un rapporto di reciproca dipendenza affettiva, che rischia di ledere la tua autostima. Perché alla fine quella che va salvata da questo atteggiamento nocivo, sei proprio tu. Ne abbiamo parlato con il Dott. Michele Spaccarotella, psicologo, psicosessuologo e psicoterapeuta dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica, che il 16 maggio terrà un seminario su questo tema: “Io Mi salverò: come smettere di fare la crocerossina ed uscire dalla dipendenza affettiva”. L’appuntamento è alle 19 a Largo dei Colli Albani 14, a Roma.

Partiamo dalla definizione. Che cos’è la “sindrome della crocerossina” e come si fa a individuarla?

“Si parla di “sindrome della crocerossina” quando all’interno di una relazione di coppia, vengono mostrati marcati comportamenti accudenti e protettivi, orientati completamente al compiacimento e alla soddisfazione dell’altra persona, là dove la focalizzazione sui bisogni del partner è a evidente discapito dei propri. La “crocerossina” può esistere solo se c’è qualcuno da “curare”. Non a caso queste persone spesso scelgono e tengono in piedi relazioni affettive con compagni che, per diversi motivi, rivestono il ruolo di “bisognosi”. Più il partner viene visto come complicato ed irrisolto, più diviene oggetto d’amore incondizionato, idealizzato e soccorso, portando l’altro a mettere in secondo piano il proprio valore e a trascurare il suo benessere personale”.

È un’attitudine solo femminile?

“Questa modalità relazionale viene anche chiamata Sindrome di Wendy, richiamando alla memoria il personaggio femminile della nota favola di Peter Pan. Wendy, infatti, rappresenta il prototipo della donna dedita al sacrificio per amore, che si prende cura in maniera servizievole dell’eterno fanciullo, quasi come fosse una missione da assolvere, insita nell’animo femminile. Possiamo dunque dire che “numericamente” si tratta di un atteggiamento più a carattere femminile, ma di certo non esclusivo. Anche l’esperienza clinica ci dice che molti uomini possono sviluppare questa modalità di stare in relazione”.

Di solito si manifesta quando abbiamo a che fare con amori tossici e disfunzionali. Che caratteristiche hanno questo tipo di storie?

“Quando la relazione diventa tossica, probabilmente ci troviamo di fronte a una situazione di dipendenza affettiva, che si caratterizza come un disturbo della sfera emotiva. È contraddistinto dalla centralità di un oggetto d’amore, verso il quale il soggetto dipendente nutre sentimenti disfunzionali di esclusività. I campanelli d’allarme cui dare attenzione sono: un pensiero costante sull’oggetto d’amore, in nome del quale vengono sacrificate tutte le aree e le attività più importanti della vita (come amicizie, hobby, etc.), fino anche a giungere al ritiro sociale; una idealizzazione della persona amata, che porta a sovrastimare i segnali di conferma delle sue qualità e a sottostimare o a nascondere quelli che lo mettono in cattiva luce; la mancanza di reciprocità, all’interno della relazione; la costante presenza di un vissuto di abbandono e solitudine; un perenne stato d’attesa, che conduce a sentimenti di vuoto e di mancanza di senso; un atteggiamento compulsivo nel controllare notifiche, telefonate e messaggi; l’incapacità di prendere decisioni senza aver prima consultato il partner”.

Se noi ci “vestiamo” da crocerossina, il partner diventa qualcuno da salvare. Che tipo di uomini sono?

“Di solito, i “soccorsi” hanno la caratteristica di essere persone complicate, inafferrabili o molto problematiche. Spesso si tratta di uomini che illudono o ingannano la compagna rispetto allo “status” della loro coppia, mostrano un aperto rifiuto di responsabilità derivanti dalla relazione. Manifestano una mancanza di empatia e l’incapacità di parlare dei propri sentimenti, un atteggiamento che genera nella partner un profondo senso di insicurezza e inadeguatezza. In molti casi possiamo parlare di veri e propri narcisisti patologici, che utilizzano il rapporto solo per dimostrare il loro potere. La partner subisce una continua alternanza tra parti “buone” (ad esempio, romantico, gentile, brillante) e “cattive” (crudele, gelido, respingente) vivendo una condizione di assoluta confusione. Questa ambivalenza di fondo, costituisce il centro della dipendenza affettiva: la “vittima” s’innamora del volto buono, lo idealizza e vi si dedica completamente, mentre minimizza o nega la parte negativa. La dipendente, quindi, si innamora del volto “dorato” e considera gli atteggiamenti del “narciso” come conseguenza della propria inadeguatezza”.

Perché sono rapporti che non portano felicità?

Manca la reciprocità, che invece rappresenta il prerequisito fondamentale per instaurare una coppia “sufficientemente buona”. Inoltre, sono fondate su un grosso “malinteso”. La “crocerossina” nutre la speranza che aiutare il partner bisognoso a risolvere i suoi problemi lo porterà ad esserle riconoscente, secondo uno schema ben preciso: “io ti salverò, tu ti sentirai meglio, mi sarai riconoscente e mi amerai”. In realtà, il “paziente” una volta “guarito” lascerà o cambierà “ospedale”, abbandonando la crocerossina nella più profonda disperazione, o nei casi più gravi a non lasciarla mai, diventandone il suo persecutore. Nella dipendenza affettiva la relazione in realtà non esiste. La dipendente affettiva finisce per concentrarsi su se stessa, sui propri “errori” e sul proprio dolore. Di contro, il narcisista non riesce a vedere il partner, se non come uno specchio, che serve a convalidare la propria immagine grandiosa ed egocentrica”.

C’è una buona notizia, anzi 5, che aiutano a uscire da questa dinamica malsana. Ecco i consigli dell’esperto per farlo il prima possibile.

5 dritte per smettere di fare la crocerossina e salvarsi da sola

  1. Raggiungere la consapevolezza di essere in una relazione tossica. La dipendenza non è amore.
  2. Porre fine, senza ripensamenti, alle comunicazioni con il partner (interrompere chat, sms, email, ultimi incontri).
  3. Darsi di nuovo un valore e ricostruire la propria autostima lesionata dalla relazione tossica.
  4. Costruire nuovi legami (anche in ambito amicale, lavorativo, etc.) basati sul rispetto e sulla reciprocità .
  5. Sviluppare una nuova progettualità, mettendo te stessa al centro.

Sono una giornalista freelance e mi occupo di lifestyle, scrivendo negli anni per diverse riviste femminili come Cosmopolitan, Gioia! e Donna Moderna, ma anche su siti come D de La Repubblica, l’HuffPost e Foxlife.

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